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Non sono mai stata tanto attaccata alla vita. È vero. 

Questa, per noi alunni di terza media, è stata l’ultima uscita didattica, e ha portato i nostri cuori verso un strana malinconia: sapevamo che non ci sarebbero più stati i nostri cori in pullman, l’emozione nello scoprire le persone con cui saremmo stati in camera. Forse proprio per questo siamo riusciti a vivere due giorni con grande intensità.  Personalmente, da ogni luogo che abbiamo visitato, ho cercato di cogliere insegnamenti e significati.

Arrivati alla mostra di Fortunato Depero, celebre futurista, ho capito che la passione insegna ad affrontare difficoltà e anche a vivere con un animo più aperto e fiducioso verso la realtà. Ho realizzato che la vita, molto spesso data per scontata, è un qualcosa di meraviglioso che molti uomini non sono riusciti a godere. 

Dopo la mostra artistica, siamo arrivati al museo della guerra, dove abbiamo conosciuto un tempo che, per fortuna, ci siamo lasciati alle spalle: sofferenza, violenza. Tra me e me pensavo: “Questi uomini hanno combattuto così duramente: avrei il coraggio di confrontare le mie fatiche con le loro?”. Troppe volte ci lamentiamo per piccole cose, e io mi sono ripromessa che, da quel momento, avrei iniziato a sorridere di più a quello che il mondo mi stava offrendo. Lo sapevo, era l’ultima gita, ma ero pur sempre con i miei amici, con i miei professori. Spesso dovremmo riuscire ad accontentarci del presente, senza avere uno sguardo ansioso e incolmabile verso il futuro. 

Ho iniziato a ballare, a saltare per le strade, a ridere, dimenticandomi di quei piccoli pensieri che qualche volta prendono il sopravvento.

Il giorno successivo, giunti alla visita delle trincee, ho guardato il panorama. Anni fa, nell’esatto posto dove ci trovavamo, soldati avevano combattuto anche per la nostra libertà: mi sono sentita libera, nel mio piccolo, anche per loro. 

Grazie a questa gita ho davvero riconosciuto che “ciò che è importante, non solo si impara, ma si incontra e si conosce”. È uno degli insegnamenti più grandi che questa scuola mi ha offerto, rendendomi sempre più “attaccata alla vita”.

 

Giulia Ruberti - III A
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